Sono tornata a scuola. La mia scuola.

C’era la mia scuola, quella di vent’anni fa.
Le stesse classi. Le stesse finestre. La stessa aria di quando ci crescevo dentro.
C’erano i miei ritardi continui, ancora lì che se guardavi bene li vedevi perdere il fiato nei corridoi nel tentativo disperato di fermare il tempo. E di farlo tornare indietro quel tanto che basta.
C’era l’aria tipica di un luogo che è stato casa tua, e che adesso è casa di qualcun altro.
I corridoi che si riempiono di sorrisi qualche secondo dopo che è suonata la campanella. Perché si, la campanella suona ancora e non sai bene perché ma sentirla ti fa stare bene.
C’erano gli sguardi complici e quelli annoiati. Le chiacchiere e i silenzi. Gli abbracci adulti di bambini cresciuti troppo in fretta. E le facce inconsapevoli. Serene. Leggere.

C’ero io che mi sono seduta sul tavolo dell’aula magna a raccontare di me. Di come sono inciampata nelle cose della vita che, con il tempo e la convinzione, piano piano si sono fatte serie. Dei traguardi che ho tagliato. Delle cinque volte che sono andata dal notaio per dare vita a una nuova impresa. Delle due in cui invece ci sono andata per vendere e lasciar andare. Della fatica che ho fatto. Perché la fatica ti aiuta a dimostrare che ce la possono fare tutti, anche quelli che non hanno papà che finanzia. Anche quelli che per partire devono prendere una rincorsa così lunga da non saperla nemmeno misurare. Quelli che se il cuore ti dice di andare non puoi fare altro che andare, anche se non sai bene dove. Quelli che i sogni hanno deciso che non vogliono lasciarli passare. Perché un sogno che passa è solo un desiderio che non avrà mai abbastanza forza per trasformarsi in cose vere, quelle che puoi toccare.

C’era il mio vecchio professore di matematica, che era ancora lì come se il tempo si fosse fermato davvero. Con la stessa faccia, la stessa voce, lo stesso atteggiamento pacato di allora. Lo guardavo e lo rivedevo di continuo che mi diceva “impara a dubitare, perché il dubbio ti rende libera”. Lo guardavo e pensavo “l’ho fatto prof, ma mi sa che ho esagerato”.

Sono passati vent’anni, e la vita mi ha riportato lì. A fare il punto delle cose che sono successe. A rendere importanti le cose importanti. A lasciarmi alle spalle quelle che pensavo lo fossero ma che invece no.
A chiedermi che cosa significa, di fatto, diventare grandi.
Che sono passati vent’anni e mi è sembrato di essere ancora seduta lì, su un banco qualsiasi a studiare ragioneria. Qualche volta a copiare i compiti e qualche volta a distribuirli agli altri.
Con tante cose che sono successe nel mezzo ma ancora in balia del vento che cambia.
Con la sicurezza che ormai doveva essere arrivata, e la sensazione che forse non arriverà mai. Perché mi sa che la sicurezza o te la trovi dentro o continui a cercare nel posto sbagliato.
Con le domande che aumentano e le risposte che giocano a nascondino.

E la vita che fa da sé, senza chiederti il permesso.

Commenta