Festival della Crescita, Ottobre 2015

Sai quando dici “Ci provo, tanto non ho niente da perdere. Ma figurati se scelgono me, che ne ho di strada da fare.”?

Quando ti sembra di non essere mai abbastanza. Quando nel confronto con gli altri hai sempre la sensazione di avere poco da insegnare e tantissimo da imparare. Quando ti vedi piccolo piccolo in un mondo che premia chi è capace di mostrarsi grande, anche se di fatto non sempre lo è. Quando pensi che tu dentro di cose da tirare fuori ne hai tante tante, ma non sei abbastanza bravo per prenderle e metterle tutte in un posto dove anche gli altri le possono toccare, prendere, amare. Anche criticare, che se poi ne esce un confronto tutti crescono un pochino e quel pochino è sempre un gran bel risultato.

Sarà che mettermi in discussione è il mio sport preferito e non sempre mi porta dei vantaggi, per usare un eufemismo. O sarà forse che a guardare il mondo con gli occhi di chi ha tanto da imparare impari ogni giorno ad essere un pochino migliore di quello che sei. Perchè riesci con più facilità ad ascoltare le persone, e a prendere quel tanto di buono che hanno da darti. E anche di cattivo, fino a quando non impari a filtrare bene e a tenerti solo quello che ti lascia dentro il bello delle cose.

Ho partecipato al contest del Festival della Crescita organizzato magistralmente da Francesco Morace con questo spirito qua. Ho scritto più perchè mi piace scrivere che per essere scelta. Con la speranza nel cuore, chiaro. Ma senza l’aspettativa di capitarci dentro. D’altronde che un mio contributo finisse in un libro edito da una casa editrice che si chiama EGEA non lo potevo mica dare per scontato. Che lo so che quello che scrivo si legge bene, ma da qui ad affiancare nomi come quello di Antonio Calabrò di strada da fare ce n’è davvero tanta.

Il giorno che mi è arrivata la mail con cui Francesco mi comunicava che mi avevano scelto ho letto tre volte prima di realizzare.

Francesco l’avevo conosciuto il 5 giugno a Treviso, in occasione di un convegno in cui avevo raccontato la mia storia di imprenditore che – come dico io – ci prova. Mi ha affascinata da subito: a parte la sua reputazione, che insomma, non c’è certo bisogno che io lo presenti per riconoscere il nome di uno che ha teorizzato la crescita felice. Ma il bello è iniziato quando sono entrata nell’auditorium della camera di commercio e ho cominciato a rendermi conto che di lì a poco avrei dovuto parlare io. Perchè – as usual – ero arrivata impreparata.

Cioè. Dovevo raccontare di me, quindi non sei mai impreparato quando devi parlare di te stesso. Ma non avevo in mente la scaletta, non sapevo su cosa mi sarei concentrata, non avevo ancora capito benissimo in quale contesto ero e quindi – chiaro, no? – il solito panico dell’ultimo minuto Debora la prossima volta o ti prepari o rifiuti. Praticamente, lo stesso copione a ogni convegno, a ogni workshop, a ogni evento mi si chieda di partecipare. Quasi un mantra dal quale non mi libererò mai.

Fatto sta che prima di me parla Francesco. Comincia a raccontare del suo modo di vedere le cose. La crescita. Il mondo che non ha più la stessa faccia che aveva ieri. Il lavoro che si trasforma. La crisi. Il cambiamento. Le persone. La vita. L’Italia. Le storie. La leggerezza.

“Heyyyyyyyyy ma qui si sta parlando di me”, ho pensato. Francesco parla di tutti questi concetti e sembra la storia della mia vita. Ho 39 anni, faccio impresa da 11, ho iniziato con il web marketing, sovrapposto con la metalmeccanica e poi con l’ecommerce. Proseguito con il turismo e con la formazione. Affrontato cambiamenti che non ve li raccomando: alcuni hanno fatto davvero male. Ma – non so nemmeno bene come – sono arrivata a raccontare l’Italia esattamente come lui sta dicendo si deve fare. Con il cuore, senza inventarsi niente. Con il cuore che il calzolaio di un qualsiasi piccolo paesino di campagna sa mettere nelle cose che fa. Quello che il mondo vuole conoscere: un uomo vero, che ha vissuto la storia, che ha tante cose da raccontare e che incarna il fascino che tutti ancora ci invidiano.

Così quando arriva il mio turno prendo il microfono e inizio che dentro avevo ancora quella sensazione di stupore misto a felicità che quando lo provi ti riempie stomaco polmoni e cuore di aria pulita. “Io sono la materializzazione delle slide di Morace”, dico sorridendo. Sorridevo non tanto perchè avevo trovato un modo intelligente per iniziare il mio racconto, ma perchè era proprio vero: io nel mio piccolo mondo avevo fatto le cose che lui – diceva – sono la chiave di volta in questo delicatissimo momento storico. Non potevo che essere fiera di me stessa. Di quello che avevo fatto fino a quel giorno e di quello che avrei fatto dal giorno dopo in poi. Anche se in mezzo ero caduta e mi ero fatta male. E anche se avrei sicuramente potuto fare meglio. Ero lì e ci ero arrivata con le mie gambe.

Poi qualche giorno fa Francesco mi scrive ancora: hey tu, guarda che hai vinto il contest e il tuo contributo è stato uno dei più votati. Ma come? Io avevo deciso che non mi avreste neanche pubblicato. Che cavolo stai dicendo, Willis?

Mi sono commossa. Perchè ho sempre scritto solo per me stessa e non mi era mai venuto in mente di partecipare ad un contest. Anche se quando scrivo ricevo così tanti apprezzamenti che non li conto neanche più.

Oggi è il 9 ottobre e io sono ufficialmente un Ambasciatore della Crescita. Fierissima. La cosa bella è che di arrivare qui non l’avevo proprio messo in conto, ero felice di essere stata scelta e mi bastava. Ma adesso che qui ci sono arrivata quello che sento è che questo vestito mi calza a pennello. Mi regala un sorriso che era da tanto che non ce l’avevo più. Mi riempie stomaco polmoni e cuore di aria pulita. Un po’ come se avessi trovato il modo di tirare fuori tutte le cose che ho dentro.

Per metterle in un posto dove tutti le possono toccare, prendere, amare.

(Se poi dovete criticare, magari parliamone in privato. :D)

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